Storia del Chianti Classico Secondo
noi.
In Chianti si faceva vino sin dall'epoca etrusca ma forse,
sorprendendo tutti, la grande produzione fino a circa 2 secoli fa'
è stata quella di vino bianco. Fino ai tempi moderni non vi era
tecnologia ed era di primaria importanza produrre mosti di
primissima qualità per la conservabilità e per l'impossibilità di
modificare il prodotto durante le lavorazioni. Si utilizzavano i
migliori appezzamenti sfruttando il sole e l'esposizione dei
migliori terreni, si utilizzavano viti vecchie, per avere migliori
concentrazioni e grappoli di miglior qualità anche se con minor
produzione. Le colline erano sistemate a gradoni con una
piantagione a giropoggio per frenare il dilavamento autunnale e
invernale, si preparava un'efficiente fognatura perché durante le
estati secche e aride le piante non avessero a soffrirne. In
inverno questa pratica permetteva una più efficiente penetrazione
delle acque piovane in profondità rendendo i terreni più freschi
ma non asfittici. Effettivamente questo è davvero il meglio della
tecnica agronomica.
I vini neri prodotti però con questi criteri con il nostro
sole risultano corposi e saporiti, ma anche pesanti, impastanti
e poco invitanti alla beva, sopratutto dopo il primo bicchiere.
Il vino bianco invece, più leggero e rinfrescante ben
si adattava al gusto ed al clima della zona ed ecco spiegato
tutto. La lavorazione restava comunque un problema. I soli recipienti
capaci erano quelli di legno ed il legno rilascia tannini coprendo
il vero sapore dell’uva. Le botti vecchie erano pertanto
molto apprezzate e qualche volta per non sciupare il gusto del
vino, per la vinificazione si usavano grandi orci di terracotta, il solo ma purtroppo fragile recipiente adatto a tale scopo.
Con la scoperta del vetro le cose cambiarono: pur mantenendo
una certa fragilità, il vetro non altera il prodotto, è leggero,
trasparente, non è poroso ed è sicuro da ogni contaminazione.
Nacquero
i fiaschi. Bottiglie da due litri,
poi da un litro e mezzo, adatte al trasporto e con una dose
adeguata per chi stava
tutto il giorno lontano da casa al lavoro nei campi. Il fiasco
con la sua impagliatura era per l’epoca una cosa veramente
geniale: era protetto dagli urti, in inverno conservava una certa
accettabile temperatura ed in estate poteva essere bagnato e
tenuto fresco. In cantina si diffuse l’utilizzo delle damigiane
praticamente un fiascone gigante da 70-75 bottiglie.
Bettino Ricasoli , Barone di Ricasoli (1808-1890, che fu anche
il primo Primo Ministro d'Italia dopo l'unificazione), era
grande appassionato di vino ma soprattutto dell‘uva, ebbe per
così dire, l’idea che cambiò il modo di produrre
in Chianti e scrisse la ricetta del Chianti Classico: Sangiovese,
che dà «corpo e colore» (fino a 7/10); Canaiolo
nero, che conferisce «profumo e morbidezza» (fino
a 2 /10); Trebbiano e Malvasia che dà «acidità lieve
e finezza» (fino a 2 /10); con l’aggiunta di colorino
in caso di un mosto troppo rosato. Ricordiamo che nel secolo
scorso venne fatto il conferimento delle terre e i proprietari
terrieri ed i nobili dell’epoca assegnarono i terreni alle
famiglie contadine. Il calcolo era fatto in base alla forza lavoro
necessaria alla lavorazione e alla redditività dei terreni.
I terreni migliori ovviamente erano per le persone di fiducia,
per le altre bisognava adattarsi. Per quelli che dopo aver costruito
case, stalle, capanne e quant'altro con le pietre tolte dai campi
avevano comunque terreni pietrosi, la fatica era davvero immane.
Lo spazio comunque non era molto ed ogni anno si doveva liberare
la cantina per far posto alla nuova produzione. Una parte di
ogni vendemmia veniva destinata ad una commercializzazione veloce
(tre mesi dalla vendemmia). Con questa pratica, detta «governo»,
venivano aggiunte delle uve passite per il riavvio di una fermentazione
che rendeva il vino fresco e con un grado alcolico più alto.
La scelta del periodo migliore per la vendemmia era particolarmente
incisiva sul prodotto finale. Negli anni migliori si faceva maturare
il prodotto in botte un po' più a lungo per renderlo un
po' più rotondo e un po' più abboccato.
I temporali autunnali in Chianti sono molto violenti e nonostante
che i vigneti autoctoni si fossero dotati di una buccia più spessa
e resistente, una parte della produzione poteva essere persa
o si poteva sviluppare botrytis sui grappoli o l’uva
poteva non aver raggiunto il giusto grado di maturazione. Ricordiamo
che solo i terreni migliori erano dedicati a vino, spesso si
trattava di colture intercalari dove tra i filari veniva coltivato
il grano. Le viti impalcate alte per prendere più sole
possibile e per una maturazione contemporanea, le viti rosse
in cima alle colline quelle bianche negli appezzamenti più bassi.
Se ancora non lo sapete, ad un grappolo per il solo viraggio
di colore servono 1400 ore di sole diretto, per una maturazione
si va' fino alle 1700-1800. Le viti erano diradate e fognate
per prendere più sole possibile e rendere il terreno
più fresco durante le estati asciutte ed aride, ed allo
stesso tempo, meno pregno d’acqua e asfittico dopo le
piogge. Infine le viti autoctone rispetto alle moderne avevano
grappoli con acini radi e buccia più grossa rispetto
agli attuali a buccia fine e grappolo duplicato in peso. Questo
gli consentiva di resistere ai temporali autunnali e di conseguenza
alla botrytis. Oggi se piove per tre giorni di seguito una
parte della produzione se ne va via con la pioggia.
L’esigenza pratica di dover svuotare la cantina dal vino
dell’anno precedente, ha fatto credere a molti che il problema
principale del Chianti Classico fosse quello di non poter invecchiare.
Se un problema c’è, è invece quello dell’uva
bianca che contenendo pochi tannini rende molto delicato l’invecchiamento.
I leucociani, responsabili del colore, con l’andare del
tempo, tendono al virare al giallo/rosso-brunito e la poca luce
in cantina diventa indispensabile per prolungare l’invecchiamento
delle bottiglie. Anche la gradazione alcolica è importante.
Un vino di 13-14 gradi risulta più facilmente invecchiabile
di un vino di 11 gradi. Una discreta parte dei terreni esposti
ad ovest rende possibile tale gradazione, dove siano impiantati
vigneti tradizionali di viti più vecchie. Il Chianti Classico
che attualmente si trova in commercio da qualche anno a questa
parte è completamente cambiato. Con l’avvento dell’agricoltura
moderna e la meccanizzazione, gli appezzamenti promiscui sono
stati espiantati ed al loro posto sono sorti i vigneti specializzati
nella ricerca di una produzione più elevata.
I nuovi hanno grappoli a buccia fine, più grossi e maggior
resa e in poco tempo siamo passati dalle 4 t/ha alle 8-9 t/ha.
La gradazione alcolica è crollata anche nelle migliori
produzioni da 13-14º/l. a 9-10 º/l. e sono sorti i
primi problemi. Per forza di cose le aziende si sono dovute dotare
di concentratori ma il risultato finale verso l’inizio
dei primi anni ottanta è stato a dir poco pietoso. Concentrando
i mosti si concentrano pure pregi e difetti e i prodotti di quel
periodo avevano scompensi incredibili nel sapore e nel profumo.
Di seguito si sono ridotte leggermente le produzioni (7-8t/ha)
e reimpalcando alte le viti per favorire l’irraggiamento,
ma la gradazione alcoolica, il corpo e la qualità generale
dei mosti è sempre rimasta insufficiente e non ha più permesso
l’aggiunta di uve bianche. Risultato finale: non si poteva
più fare il Chianti Classico! In poco tempo l’uva
bianca è andata a sparire e sono ri-sorti i primi bianchi
di zona ovviamente lontani anni luce dal sapore e dalla qualità dei
tradizionali chiantigiani.
Qualche anno fa, visto che era praticamente impossibile produrre
ancora il chianti classico originale, la sua ricetta è stata
cambiata: sangiovese fino al 100%, canaiolo fino al 10%, malvasia
e trebbiano massimo il 6%, fino al 15% merlot e/o cabernet-sauvignon.
Indipendentemente dalla qualità indiscutibile dei vini
moderni dobbiamo però constatare che questi non sono praticamente
più i nostri vini, sono più spesso degli esperimenti
o delle scopiazzature di vini francesi. Se pensiamo per buono
che bere, come mangiare è sopratutto un piacere allora
dobbiamo anche associare al concetto di qualità anche
quello della genuinità e che più un vino si lavora
e si altera con sapori non suoi e più ci si allontana
da questo concetto, che il piacere di bere passa e si ferma sulla
tradizione e sulla cultura delle genti di quelle terre, non di
altre.

I fatti in un certo qual modo ci danno ragione, apriamo una
bottiglia di 1964 e pur nell'invecchiamento è ancora un
vino favoloso, i vini moderni pur stabilizzati e perfettamente
bilanciati non riescono a invecchiare più di 6-8 anni.
Faccio involontariamente delle associazioni d'idee e arrivo al
David di Michelangelo. Quella statua è una cosa meravigliosa,
fatta da un uomo attraverso le sue mani non da una macchina.
Il David ha testa, piedi e mani, sproporzionatamente grandi eppure è universalmente
riconosciuta come una delle opere d'arte che sia mai stata creata
da un uomo durante il corso della sua storia. Così alle
volte non contano le imperfezioni o le singolarità, quelle
sono intrinseche nella natura dell'uomo, ma acquistano un significato
diverso e più alto se considerato nell' insieme della
complessità dei sentimenti che emanano. Quella statua
ha valore, non le migliaia, copie perfette riprodotte da un pantografo
sulle bancarelle dei souvenirs. Come disse michelangelo "il
gigante era nel marmo, io ho solo tolto il superfluo". Bere
in fondo è come mangiare, è un piacere non un dovere,
come vivere.
Nella nostra cantina c'è mezza storia del
nostro vino. La bottiglia più antica risale all'inizio del secolo
precedente (1911) e la più recente del 1986 per un totale di
32.000 bottiglie. Questa è la più completa collezione di Chianti
Classico attualmente esisteste. Un occasione anche solo per una
visita. In cantina non solo vini ma anche liquori di un'assoluta
rarità fin da metà del secolo diciottesimo. Una rarità in foto è
il Macallan1952.

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